C’è vita dopo la morte? la scienza risponde di sì: ecco perché!


domenica 31 luglio 2016
scritto da Valerio Guiggi

Un interessante studio svolto negli ultimi mesi ci farebbe capire come alcune funzioni del corpo si attivano dopo la morte di un animale. Questo potrebbe significare che la morte non definisce una fine completa, ma che abbiamo ancora qualcosa da scoprire al suo riguardo.

Una delle domande che l’uomo, nei secoli passati ed ancora oggi, si è sempre posto più insistentemente di ogni altra è proprio questa: c’è vita dopo la morte? Una domanda perlopiù filosofica, a cui molti pensatori, religiosi e anche alcuni scienziati hanno cercato di dare una risposta, che spesso si può trovare più nella scienza che nella fede. Ma una svolta molto importante arriva da un gruppo di ricerca americano che, studiando alcuni animali, ha scoperto una cosa stranissima: dopo la morte di questi animali si attivano alcune funzioni che in vita non erano attive.

Per la precisione, gli animali presi in considerazione nello studio erano i topi e i pesci zebra, per cui due animali molto diversi tra loro. Ciò che gli scienziati hanno studiato è l’attivazione del DNA cellulare prima e dopo la morte, ossial’attivazione dei singoli geni. Tutti noi ne abbiamo tantissimi inutilizzati (di molti ancora non si capisce la funzione) ma sappiamo che alcuni di essi si attivano solamente nella vita embrionale o fetale, ad esempio, per poi rimanere quiescenti per il resto della vita.


La scoperta di questi scienziati è stata, essenzialmente, che alcuni di questi geni si attivano proprio dopo la morte, in un arco di tempo che va da 24 ore a 4 giorni dopo la morte. In pratica, geni che codificano per funzioni antistress, oppure per l’attivazione del sistema immunitario dell’animale, o ancora per la crescita cellulare (che poi hanno, in vita, i tumori come conseguenze) si attivano in questo lasso di tempo, una cosa strana se consideriamo che nello stesso momento si attivano tutti i processi relativi alla decomposizione dell’organismo che, di fatto, li rendono inutili.

Ciò che, quindi, rimane sconosciuto, è proprio il perché dell’attivazione di questi geni negli animali: certo è che comprendere l’attivazione ci permetterebbe di capire una serie di cose importanti, come ad esempio perché le persone che subiscono trapianti di organi da altre persone decedute (che è la prassi) siano più a rischio di sviluppare delle neoplasie rispetto alle altre. Interrogativi che, studiando proprio i processi che avvengono dopo la morte, potrebbero permettere di capire qualcosa in più.

In definitiva, la risposta che da la scienza alla domanda che da secoli ci poniamo è ben lontana da inferno, paradiso e tutte le considerazioni filosofiche che sono state fatte. Ci fa però capire come non necessariamente la morte debba essere un punto di fine, ma che forse la natura continua a nasconderci qualcosa: perché quando un organismo è destinato alla decomposizione il suo corpo mette in attività difese nuove, mai usate prima? Un interrogativo che terrà i ricercatori, e un po’ tutti noi che con la morte dovremo fare i conti, con il fiato sospeso per un po’.